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Letteratura alle Azzorre

Le mie Azzorre e quelle degli altri

Un luogo non è mai solo "quel" luogo: quel luogo siamo un po' anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro i nostri occhi e dentro la nostra anima, se siamo allegri o malinconici, euforici o disforici, giovani o vecchi, se ci sentiamo perfettamente bene o se abbiamo il mal di pancia. Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo. Queste cose si imparano con il tempo, e soprattutto viaggiando. Ma molti anni fa, quando feci il mio primo viaggio alle Azzorre, non lo sapevo ancora. «Mi riconosci tu, aria, tu che conosci i luoghi che una volta erano miei?». E un verso di Rainer Maria Rilke, lo cito a memoria e non sono fedele alla lettera, ma il senso è questo. Qualcuno sta tornando in un luogo che conobbe in altri tempi e chiede all' aria (lo spirito del luogo?) di essere riconosciuto, perché lui non riconosce più quel luogo. Non riconosce ciò che guardò un tempo o ciò che a quel tempo provava guardando: le sue emozioni, il se stesso di allora. Ogni luogo nel quale arriviamo in un viaggio è una sorta di radiografia di noi stessi. Spesso, ingenuamente, scattiamo anche delle fotografie, nell' illusione di portare via qualcosa. Ma esse sono solo la pelle, pura apparenza: ciò che quel luogo provoca in noi nel guardarlo e viverlo non è fotografabile. Succede la stessa cosa con i sogni. A tutti noi è capitato di fare un sogno che ci ha provocato una forte emozione. Spinti dal desiderio di comunicare lo stesso sentimento che abbiamo provato, la mattina dopo raccontiamo il nostro sogno a qualcuno, e con meraviglia ci accorgiamo che in fondo la storia di quel sogno era abbastanza banale, era un sogno come un altro: così, a raccontarlo, non comunica nessuna emozione, in chi vi ascolta a voi stessi che lo raccontate. Che cosa aveva dunque di così speciale quel sogno per avervi tanto emozionato? Niente. L' importante di quel sogno non è che cosa succedeva, ma il modo in cui stavate vivendo quel qualcosa: il sogno era la vostra stessa emozione. Anche un luogo non è ciò che vediamo, ma come lo vediamo. Raccontarlo non significa descriverlo, ma riuscire a dire, anche in minima parte, le emozioni che vi ha suscitato. Donna di Porto Pim è a suo modo una cartografia personale, il tracciato della geografia intima di ciò che ero allora. Che non fosse un vero e proprio libro di viaggio ma anche una metaforica circumnavigazione attorno a me stesso, il viaggio attorno alla propria camera di chi paradossalmente aveva fatto davvero quel viaggio alle Azzorre, cercai di dirlo nelle tre paginette di prologo, e sobriamente lo ribadisce, con parole colte e evocatrici, il risvolto di copertina che fu scritto da Leonardo Sciascia anche se non è firmato. Alludendo a Leopardi, il testo di Sciascia rammenta ciò che dentro di noi trova risonanze, perché "antico" e "lontano", evocando queste due dimensioni quasi fossero due punti cardinali del racconto. Rileggendo il libro ora, se dovessi completare gli ipotetici punti cardinali della rosa dei venti che allora guidarono la scrittura, forse ne aggiungerei un terzo intriso di sconsideratezza e di innocenza, e un quarto che mi pare suggerito dal timore, dall' apprensione, dall' inquietudine: quasi un allarme. Sconsideratezza perché bisogna essere poco ponderati per scrivere un libro fatto di parole rubate, di frammenti, di schegge, di briciole. Innocenza perché mi pare che negli occhi di quel narratore ci sia della meraviglia, che è forse la dote più bella del viaggiatore, e che è difficile mantenere nel tempo. Allarme perché si parla spesso del naufragio, come se ad ogni pagina lo si temesse. Forse quel viaggiatore temeva quel canto di sirene che può condurre la barca sugli scogli. Scrivere quel libro forse fu per lui un modo di legarsi all' albero maestro senza mettere la cera nelle orecchie, perché il canto delle sirene può essere fatale ma non ascoltarlo sarebbe da pavidi, quando si fa un vero viaggio. Oggi tutte quelle voci che cercai di catturare con la scrittura ritornano in una voce sola, quella di Marco Baliani. Una voce dal timbro antico e nobile, come immagino fosse la voce di coloro che narravano le storie ai tempi in cui le storie non si scrivevano ma si raccontavano. Una voce che convoca. E curioso come questo piccolo libro di geografia intima e lontana abbia attirato sul luogo altri viaggiatori-scrittori. Fra di essi, chi prediligo è il mio amico Enrique Vila-Matas, che è andato alle Azzorre non per raccontare le Azzorre, ma per raccontare le emozioni di chi c' era già stato. Ricordare è una forma di mentire, sostiene Vila-Matas, tanto vale raccontare i ricordi degli altri (Recuerdos inventados). "Riciclando" i miei ricordi Enrique li ha fatti suoi, perché i nostri ricordi rivisitati da un altro appartengono anche a chi se li è presi e non sono più gli stessi. Con Vila-Matas ho intrattenuto uno strano gioco: lui prende i miei ricordi e li fa suoi, io riprendo i miei ricordi che lui aveva fatto suoi e li rifaccio miei; lui se li riprende e così via, all' infinito, perché l' invenzione della realtà non ha fine e tutto è sempre nuovo e diverso. Per l' Italia ricordo un romanzo di Romana Petri, che attirata dalla descrizione di quelle isole era partita per soggiornarvi quando ormai il Portogallo aveva aderito al trattato internazionale contro la caccia alle balene e i balenieri si erano trovati disoccupati o da un giorno all' altro avevano dovuto cambiare mestiere. Era un libro che rivolgeva uno sguardo sulla condizione umana dei pescatori che si erano ritirati nell' interno delle isole diventando agricoltori. Si chiamava Il baleniere delle montagne, e lo segnalai positivamente sul Corriere della Sera. Queste sono le Azzorre viste dal di fuori. Ma vorrei terminare con un gran bel libro sulle Azzorre viste dal di dentro di un grande scrittore originario di quelle isole che è anche uno dei migliori scrittori contemporanei di lingua portoghese, Joao de Melo. Il libro, un grande affresco della vita di quell' arcipelago atlantico dalla natura lussureggiante e il cui mare è solcato dalle balene, si chiama Gente feliz con lagrimas, cioè "Gente felice con lacrime". Gli azzorriani conoscono la felicità, ci suggerisce questo titolo. Ma è una felicità consapevole che nel nostro breve viaggio ci sono alcuni giorni per il pianto.  Antonio Tabucchi , La Repubblica 2006

E poi ci sono gli autori classici che nel corso del tempo qui sono passati ed hanno raccontato le loro storie. Primo fra tutti Gaspar Frutuoso, poi Chateaubriand, Melville, Slocum, Brandao, Nemesio e .........perchè no, gli autori sconosciuti delle ballate della musica popolare che ancora oggi raccontano la vita dell'arcipelago nel passato.